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Francesca sta molto male. Per forza, con una Madre così. Il Padre, lui sì sarebbe perfetto. Peccato non abbia tempo ed energie per occuparsi di lei, e a un certo punto decida adirittura di togliere la sua presenza già scarsamente ingombrante e di lasciare la Famiglia. Chi può aiutare Francesca? Non certo l'Amica-del-cuore conciata assai peggio di lei. Non il Fratellino cocco-di-mamma. Non la Nonna, troppo amante di fasulli proverbi. E neanche un paio di Fidanzati, che Francesca incontra e ben presto lascia, essendo di quelli che è meglio perdere che trovare. L'Unico, l'Indispensabile, il Meraviglioso è l'Analista. Cioè, lo sarebbe... se non avesse tutti quegli altri inguaiatissimi pazienti che aspettano in anticamera tossichiando per l'impazienza, e un bel mucchio di problemi lui stesso. Cos'è, allora, questo romanzo? Una sit-com televisiva? Un drammone strappalacrime? Un acido atto d'accusa contro gli Altri e il Mondo? No. È la storia di un dolore straziante raccontato con un'ironia e un'autoironia implacabili. Le ossessive recriminazioni contro la Madre non traggono in inganno né Francesca nè il lettore. Lei, la Figlia bulimica, disperata, confusa, è in realtà fin troppo consapevole: le cose che dice sono vere, ma nello stesso tempo teatralizzate, alibi per non guarire. E Francesca non ci sta: se non si devono fare sconti a chi ci ha amati male, non si devono fare neanche a se stessi. In questo romanzo non c'è spazio per chi la dà vinta al dolore. E così, seguendo il ritmo coinvolgente del racconto, ci accorgiamo che quel sentiero che non riuscivamo nemmeno a intravedere, è già sotto i nostri piedi. Francesca ci sta già camminando sopra. |