LITINERARIO DI ITALO MANCINI
TRA FILOSOFIA E TEOLOGIA
( GLI "ATTI" DEL CONVEGNO DI URBINO DEL 1994)
Ad uno sguardo complessivo, lopera di Italo Mancini il compianto
pensatore
di Urbino, filosofo della religione e del diritto e acuto interprete del
cristianesimo scomparso nel 1993-potrebbe apparire connotata soprattutto
da una straordinaria ampiezza, per cosi dire "spaziale" e
"quantitativa". E se questa fosse davvero la sua caratteristica
peculiare, potrebbe essere legittimo cogliervi, pur nel contesto di una vigile
e raffinata competenza, una qualche eccessiva frammentazione. In realtà, allorche
si riesca a penetrare un poco allinterno di questo pensiero, al dato della
sua innegabile estensione si affianca quello, nientaffatto contraddittorio,
di una sua altrettanto evidente concentrazione teoretica e densita critica.
Come dire che lampio spettro tematico non è determinato da ragioni
estrinseche alla struttura teoretica profonda del pensiero manciniano, ma è
lesatto portato di essa. Lunita originale e intatta che emerge dalle
molte
tappe del lavoro teoretico di Mancini dallantologia classica alla teologia
evangelica di lingua tedesca, dalla filosofia della religione alla teoria del
diritto, dal neomarxismo allermeneutica, dal pensiero neo-ebraico alla
ripresa finale della domanda su Dio è quella di chi ha voluto
ricercare il senso di ciascuno dei poli sopra richiamati, dal momento che lo
studioso urbinate non si è limitato a riflettere solo sulla nostra
condizione storica e sulle culture che la interpretavano, ma ha sempre rivolto
la sua interrogazione anche verso lassoluto che origina e attraversa questa
condizione. Questo "pensiero della complessita ", cosi come lo ha
definito Marco Cangiotti, uno dei numerosi discepoli di Mancini, è stato
al centro di uno stimolante seminario di studi tenutosi a Urbino nel 1994,
promosso dallUniversita urbinate e dallIstituto superiore di scienze
religiose,
fondato dallo stesso Mancini agli inizi degli anni 80, le cui relazioni,
assieme ad altri contributi stesi successivamente, sono ora raccolte in
"Hermeneutica" ( Morcelliana, Brescia 1995, pp 270 ),la Rivista, diretta
da Mancini fino alla sua morte ( e ora curata da Graziano Ripanti e Pier Giorgio
Grassi ) emanazione della vivace comunita di ricerca operante nell Istituto
urbinate. Il volume, che presenta pure lintegrale bibliografia degli scritti
manciniani dal 1950 al 1992, con la segnalazione di alcuni titoli postumi,
curata da Sebastiano Miccoli, offre un contributo prezioso per operare un primo
bilancio dellesperienza intellettuale manciniana, impegnata su fronti plurimie,
tuttavia, riconducibili ad una sorgente unitaria , ad una fedelta alle ragioni
del kerygmae della prassi che, prima dessere un titolo intorno al
quale organizzare degli interventi ( il volume è intitolato proprio
Kerygma e prassi. Filosofia e teologia in Italo Mancini ), si presenta
come cifra sintetica capace di indicare il senso e le prospettive della complessa
vicenda culturale vissuta dal sacerdote-filosofo marchigiano. Alla conoscenza e
allapprofondimento critico delle varie stagioni di pensiero attraversate da
Mancini contribuiscono le relazioni contenute in questo numero della nuova serie di
"Hermeneutica". Carmelo Vigna, nel suo denso e complesso saggio ( Ontologia
e metafisica, pp. 9-37), illustra lontologia del "primo" Mancini,
collocando simbolicamente tra Amato Masnovo e Gustavo Bontadini, i maggiori
rappresentanti della Neoscolastica milanese degli anni 40 e 50, la sua prima
opera teoretica , Ontologia fondamentale , apparsa nel 1958.
Gli oggetti della riflessione al centro di quellorizzonte erano la
trascendentalita
dellessere e il problema dellinferenza del Principio primo. Secondo il giovane
Mancini, lessere non puo essere colto nellente, poiché il rapporto
allente è un rapporto astrattivo che produrrebbe solo luniversale, mentre
lessere è un trascendentale. Di contro a coloro ( Maritain,
ma anche lo stesso Bontadini) che riferiscono la posizione dellessere
alla prima operazione del logo, lessere si mostrerebbe , per Mancini,
nel giudizio apofantico, perché solo in esso si pone latto
dellessere come permanente opposizione al non essere. E nella copula
( nellè ) del giudizio , insomma, che puo darsi la semantizzazione
dellessere, dal momento che solo in essa lopposizione al non essere
è assoluta, contro il carattere relativo dellopposizione
nellente reale. Per cogliere i capisaldi di Ontologia fondamentale ,
Vigna riferisce quanto lo stesso Mancini scriveva , un decennio
dopo, nella prima edizione della sua Filosofia della religione
( 1968 ), elencando i contributi del suo primo libro, considerati come
linee direttrici. E cioè: " E [
]la scelta di unontologia
dialettica in opposizione a quella astratta e noetica; la riduzione
dellessere a concetto di una funzione e la sua liberazione da una
logica eidetica; linterpretazione teologica dei trascendentali ;
la funzione decisiva del giudizio per il recupero dellessere come
concetto di una funzione; il valore esclusivo del non essere come
semantizzazione di un essere cosiffatto " ( p. 20 ).
Soprattutto questultima prospettiva, e cioè la
"meontologia", è, per Vigna, un importante luogo
canonico della riflessione ontologica manciniana, svoltasi
sostanzialmente sulla linea bontadiniana . Rivendicando unontologia
dialettica. Mancini avrebbe recuperato il ruolo del non essere nellessere,
"come tale che restituisce sia il senso dellassolutezza dellessere
( non essere come enantion ),sia il senso della finitudine
( non essere come enantion e non essere
come eteron )"(p.27 ) Nellopera successiva Ricerca su Dio
( 1962 ), Mancini tentera, poi , una prova a posteriori
dellesistenza di Dio, riconducendo la "via breve " dellindifferenza
bontadiniana del Principio primo alla meditazione di tipo masnoviano,
ovvero alla scansione sillogistica : "se il principio di ragione
era la maggiore del sillogismo, lispezione dellesperienza ne
costituisce la minore ; conclusione necessaria diventa questa :
lassoluto reale è da porre oltre lesperienza" ( p. 33 ).
La strategia del discorso ontologico manciniano , in conclusione ,
si è caratterizzata , secondo Vigna , a partire dalle tesi
della trascendentalitae della funzionalita dellessere : "
lessere è funzionale perché trascendentale e viceversa
" ( p. 34 ). Cosi , il circolo di queste due figure restituirebbe
lo sforzo manciniano di coniugare le istanze degli antichi e dei medievali
con quelle dei moderni e dei contemporanei.
E tuttavia : ritrovando lessere nel giudizio , Mancini non ne determinava
lessenza , non lo concepiva univocamente , ponendosi , cosi , sullo stesso
itinerario che proprio in quegli anni avrebbe portato Emanuele Severino alla
riproposizione radicale del Principio di Parmenide ? La convinzione di Vigna
è che Mancini seppe sfuggire a questo esito , "partendo dallente,
non dallessere " ( p. 37 ) . Ed era il punto di partenza corretto .
Alessandro Di Caro , nel suo breve contributo Quel silenzio che io sono
(pp. 39-40 ), riprende e ridiscute alcune suggestioni emerse nella relazione
di Vigna , rileggendo le tesi ontologiche manciniane sulla fenomenologia del
giudizio alla luce non solo della lezione bontadiniana ,ma anche alla luce
degli apporti della scuola lovaniense ( Hoenen soprattutto ) e di autori
come Gilson , Blondel , Maritain e Rosmini , punti di riferimento non
peregrini della ricerca manciniana , anche successiva .
Nel confronto con questi ed altri autori , la soluzione manciniana ,
ricorda Di Caro , fu che " la semantizzazione trascendentale
dellessere avviene nel giudizio e nella sua presa di distanza dal non essere
" ( p. 46 ) . Ma questa trascendentalita puo essere colta solo
nel giudizio , oppure è in qualche modo originaria ?
Secondo Di Caro , studioso di Wittgenstein e delle teorie del linguaggio,
lessere trascendentale difeso da Mancini sarebbe soprattutto il linguaggio.
Ma la concezione manciniana del linguaggio resterebbe sospesa fra una
fenomenologia orientata ontologicamente a partire dall'analisi del linguaggio,
e la convinzione che esso rappresenti comunque un discorso preliminare allontologia.
E proprio il rapporto fra ontologia e linguaggio è il tema affrontato
da Graziano Ripanti , nel suo suggestivo contributo ( pp 51-65 ) , il quale
coglie in quella relazione una tensione che percorrerebbe tutta la produzione
manciniana successiva alla stagione ontologica , allorchè proprio
la svolta ermeneutica porra in primo piano la questione del linguaggio.
Soprattutto nel testo manciniano Linguggio e salvezza ( 1964 ),
la dove si pongono le basi per unermeneutica integrale , dopo il passaggio
dallessere trascendentale allessere trascendente di Ontologia fondamentale,
è possibile sorprendere , secondo Ripanti , unanalisi del linguaggio, pur
dentro lorizzonte della teoria tradizionale del linguaggio come "strumento
"
e dellessere come mediazione. E presente , pero, una prospettiva nuova,
e cioè quella dellalienazione, la cui analisi tende a rilevare un
linguaggio non alieno . Si tratta , infatti , di cogliere alcuni luoghi tipici,
nota Ripanti, "dove sia possibile sorprendere il linguaggio allo scopo
di fargli esprimere la sua autenticita o meno" ( p 59 ) .
E questi luoghi sono la filosofia analitica del linguaggio di Ayer , il mito
nella filosofia della cultura di Cassirer e il commento al logos
eracliteo di Heidegger. E ,pero, nella prima edizione di Filosofia
della religione ( 1968 ) che viene restituita alla parola e al linguaggio,
intesi come " Parola di Dio ", la capacita di indicare un evento e
di aprire la strada al riconoscimento dellessere .
Loggetto della filosofia dela religione di Mancini puntualizza Ripanti
non è
il pensiero metafisico su Dio , ma il Krygma stesso come parola evento
comunita- comandamento " che si da in una totale eteronomia "
secondo
la lezione di Barth ( p 60 ) .
E in questa sporgenza della Parola cè tutto linflusso del grande
teologo dialettico e della sua interpretazione fondata sullanalogia
fidei , contrapposta allanalogia entis . In un primo momento,
nota Ripanti, Mancini cerca di rettificare Barth con Bontadini, attraverso
il ricorso al "principio di creazione " , che collaborerebbe
a fondare lo schema di possibilita della parola evento ,permettendo il
suo riconoscimento . In seguito , pero, lanalogia entis evocata
da Mancini verra messa da parte , per far posto alla figura alternativa
della dossologia : lanalogia sarebbe prodotta da Dio stesso e dunque
resterebbe subordinata allascolto della Parola .
Questa parola biblica diventa , cosi , decisiva , tanto che Mancini parlera,
sempre nella sua Filosofia della religione , di un " risolversi
della filosofia della religione in filosofia del linguaggio" ( p 64 ) .
Certo commenta Ripanti il filosofo urbinate non sembra aver tratto tutte
le conseguenze dallaffermazione sopra ricordata , riconoscendo compiutamente
un primato del pensiero della parola sul pensiero dellessere .
Solo nellultima fase del suo itinerario si potra rinvenire,
nellaccostamento
alla logica dei "doppi pensieri " e alla filosofia neoebraica
( Lèvinas , Rosenzweig ) , unuscita daalontologia per il rapporto
etico con il volto dellaltro , per la comprensione , mediata dalla teologia
" negativa "di un Dionigi lAreopagita , dellessenza del linguaggio
della fede e delle condizioni indispensabili affinchè si dia una parola
" efficace ". Su Logica della fede , logica dei doppi pensieri
( pp 67-86 ) , Francesco Totaro spinge il suo acuto intervento , mettendo in
luce uno dei passaggi piu intensi della biografia culturale manciniana e sulle
scansioni che ne hanno presuntivamente segnato il congedoda un modello di
razionalita prevalentemente ermeneutico. Per Totaro , quella espressione ,
di origine pascaliana e dostoewskjiana , ha assunto nellopera di Mancini
diversi significati . In prima battuta , i " doppi pensieri " si
configurerebbero come segno della condizione umana e stigma di una mente ferita
e condizionata . In seconda battuta , essi avrebbero la capacita di "
istituire una tensione tra il dato di fatto ( il mondo come insieme di dati
di fatto ) e il possile che in esso si dischiude " ( p 69 ) ,
rappresentando una sorta di antidoto allappiattimento sul presente e alla
logica della disgregazione emersa dopo la caduta del pensiero dialettico di
ascendenza hegeliana e marxiana . Ad un terzo e ultimo livello , la logica
dei doppi pensieri aprirebbe la strada alla valorizzazione della ulteriorita
di senso , passo importante per risalire da questa alla logica della fede,
che è una logica paradossale non perché conduca al paradosso
e allineffabile , ma , piuttosto , perchè animata e percorsa dal
paradosso e dalla incoordinabilita fra il "fare " di Dio e quello
delluomo. Per Mancini , dunque , la fede nella quale si manifesta la
capacita di anticipare lintero non ancora dato del significato , sarebbe
organo di un sapere che non puo non affidarsi al veicolo del simbolo.
Ciò, comunque , non significa , per Totaro , una sorta di sconfessione
dellimpostazione ontologica delle prime ricerche manciniane : listanza del
giudizio e della non contraddizione , e il rapporto di una adaequartio
fra lesperienza e il giudizio , vivrebbero "nellesercizio militante
( anche nei suoi risvolti civili e politici ) del comprendere per connessioni
e approssimazioni parziali " ( p 78 ) . DellOggetto immenso si
possono, cosi, affermare cose opposte , perché nella sua munificenza
esso trascende ogni determinazione . E la fede è conoscenza simbolica,
sospesa fra "gia" e " non ancora " , unanticipazione
dellintero non ancora " dato " . La logica ( e la teologia ) dei
doppi pensieri potrebbero configurarsi , secondo lanalisi di Totaro , "non
solo come lestremo punto di approdo di una filosofia dellessere e
di una filosofia della prassi , sempre tenute in tensione con un
annuncio di salvezza , ma anche come il punto radicalmente fondativo del loro
rilancio " ( p 86 ) . Una doppia fedelta , insomma , quella assunta e
vissuta da Mancini , nellintreccio di teologia positiva e via negationis ,
che realizzerebbe lunita del senso nella coesistenza , e grazie al coesistere
,
degli opposti. La ricostruzione degli elementi che contribuiscono a definire
lorganica proposta manciniana di filosofia della religione , è al
centro del contributo di Giovanni Ferretti ( Filosofia della religione
come ermeneutica della rivelazione, pp. 87-114 ) , il quale si concentra
sulle varie edizioni del testo piu sistematico di Mancini , per coglierne
continuita e differenze , anche alla luce dei paralleli studi manciniani
sulle teologie di Barth , Bultmann e Bonhoeffer . Due le caratteristiche
strutturali di questa filosofia della religione : da un lato , il riferimento
alla religione come Rivelazione , figlia della parola di Dio ; dallaltro,
limpegno ad affrontare filosoficamente il kerygma alla luce di una
concezione " forte " della filosofia di ascendenza neoclessica.
Per cercare di superare laporia che sembra annidarsi nel concetto stesso
di filosofia della religione, o salvare il senso e la sua determinazione,
Mancini fara ricorso allermeneutica , intesa come unica struttura capace
di coniugare la religione con la filosofia . La frequentazione manciniana
del pensiero di Barth , di Bonhoeffer e , soprattutto , di Ernst Bloch,
portera comunque, allallargamento dellimpianto ermeneutico al quale è
affidato il compito di collegare religione e filosofia ; e ai momenti
fenomenologico, metafisico- trascendentale e psicologico-esistenziale, Mancini
affianchera la "precomprensione pratica " , in base alla quale,
come scrive Ferretti , " il dato religioso dovra essere interrogato
non solo alla luce della questione teoretica della sua possibilita
ontologico-metafisica, ma anche alla luce della questione di avere
quale tipo di senso esso esprime della vita e per la vita " ( p 103 ) .
In questa prospettiva , Mancini non si limiteraad organizzare questo
impianto ermeneutico formale , ma , come testimoniano anche le opere
degli anni 70 ( Teologia , ideologia , utopia , Futuro delluomo
e spazio per linvocazione e Con quale cristianesimo ) ,
sara impegnato direttamente nwl discernimento critico del cristianesimo
alla luce di quella precomprensione pratica.
Questo ampliamento categoriale porterebbe , secondo Ferretti , ad un
ribaltamento di prospettive nellermeneutica manciniana . Non solo
alla tensione fre Dio della metafisica e Dio chenotico della fede si
aggiungerebbe quella fra il concetto greco e quello biblico di verita,
ma se , nella prima edizione ( 1968 ) , il percorso era dalla verita
al senso , ora , nela seconda edizione ( 1978 ) , litinerario si
snoda dal senso alla verita.
Si parte , cioè , commenta Ferretti "dalla riflessione sul
senso di una prassi capace di aprire ad un vero futuro delluomo [
], e
si cerca di mettere in luce come le condizioni di possibilita di tale
prassi comportino la realta della persona Dèi "( p 106 ) .
Quello della filosofia della religione , insomma , sarebbe per Mancini
un sapere deuteronomico , che sorge di conseguenza ad un " apriori
divino " in senso logico ontologico , ma basato sulla logica del
" riconoscere" ( onde il primato epistemologico dellermeneutica )
che non su quella del pensiero puro , fino alla messa in discussione della
stessa metafisica . La quale mantiene , secondo Ferretti ,un posto ben
preciso nellimpianto manciniano , ma non piu risolutivo e cogente , dal
momento che essa è semplicemente " uno dei momenti di un
circolo ermeneutico inesausto che mira asintoticamente ad una mediazione
di elementi in tensione " ( p 109 ).
Potremmo , allora , definire lermeneutica della religione di Mancini come
unermeneutica del paradosso e del tragico , cosi come paradossale e tragico
si pone lo stile di vita del credente che colloca la sua esperienza allinterno
di quel " progetto puro " , sul quale riflette organicamente Antonio
Pieretti nel contributo presente nel fascicolo di " Hermeneutica "
e che prende in esame le opere saggistiche e " militanti " di Mancini:
Con quale cristianesimo ( 1978 ) , Come continuare a credere ( 1980 ),
Tornino i volti ( 1989 ) , e Scritti cristiani ( 1991 ) .
" Progetto puro " era la definizione manciniana del proprio cristianesimo:
il riconoscimento dellimpossibilita di una Versohung fra mondo e
Vangelo,
nella contraddizionefra il tempo "ultimo " , presente proletticamentenella
promessa biblica , e quello "penultimo ", ancorato alla storia e alle sue
logiche.
Ma la contraddizione non puo essere assoluta ; e una riconciliazione possibile non
puo essere cercata né sul piano ontologico né su quello gnoseologico,
ma soltanto " sul piano delle convergenze etiche [
] , possibili sulla base dei
volti e del loro rapporto" ( p 139 ). E il tema del volto , sulla scorta di
Lèvinas , permette a Mancini di recuperare e rilanciare quello della
responsabilita , che si fa cura dellaltro sviluppandosi come dimensione etica.
La logica dei doppi pensieri , pero , lungi dal ridurre il cristianesimo ad etica,
proprio nella tensione costitutiva della vita morale mostrerebbe , invece , la sua
coscienza tragica , la quale scrive Pieretti "è il luogo ideale in
cui la verita si concilia con la carita , pur senza identificarsi con essa
"
( p 145 ) . E sulla sua intenzionalita , pertanto , che possono prendere forma
una cultura e una prassi di riconciliazione , nel " novum che questa
preannuncia ", proponendosi come " deposizione dellio dalla sua
sovranita
per far posto allaltro " ( ibidem ). Gli ulteriori contributi presenti
nel volume si soffermano sulla filosofia del diritto di Mancini , rifluita nelle
due ponderose opere Filosofia della prassi ( 1986 ) e Lethos
dellOccidente ( 1990 ) . In particolare , Francesco DAgostino ( dalla
filosofia alla filosofia del diritto , pp 147-158 ) richiama lattenzione sul
carattere " anomalo " di unopera come Filosofia della prassi nel
panorama della ricerche giuridico-politiche degli ultimi decenni.
Con un gesto inattuale e riferendosi piu a Hegel che a Kelsen, Mancini ha cercato
di giustificare la filosofia del diritto in quanto ermeneutica nellaccostamento
problematico alle questioni dellautoritae della pena : questioni fondamentali,
nota DAgostino, di una teoria della terra, la prassi, appunto, attraverso la
quale " luomo è collocato e garantito nella sua dignita di soggetto
che , nella sua andatura eretta , non è obbligato a inchinarsi davanti ad
alcuno per ossequiarlo"( p 149 ). La posta in gioco in questa ermeneutica
giuridica sarebbe la storia e il suo significato ; di qui la centralita della
categoria della prassi ( che è sempre " creativa " , come Mancini
amava ripetere ) e la rivendicazione manciniana di unintrinseca politicita del
diritto , poiché in esso ne va della giustizia e della " salvezza
" della polis. Nellaltra e forse piu organica opera , Lethos
dellOccidente , Mancini , riconoscendo una radice morale del diritto,
giunge a prefigurare un ethos del futuro ; e la scelta della parola ethos
indica la volonta di mettersi dentro londa lunga della vicenda
dellOccidente .
Ma cosè ethos per diritto ? Secondo Mancini , la res in
questione nel diritto è il destino delluomo giusto . Attraverso
categorie levinasiane il tema del volto e del primato delletica
sullontologia
Mancini giungera in questopera , con una spregiudicata effrazione del
formalismo
della tradizione giuridica , a determinare un contenuto del diritto.
""L'ethos nota DAgostino altro non significa che
compresenza di volti , ciascuno portatore del suo appello , che chiede di
essere pensato e pesato , confrontato e valutato " ( p 157 ).
Il tema del destino dell" uomo giusto " come cosa stessa della folosofia
manciniana del diritto è , poi . loggetto del contributo di Luigi Alfieri
(Pensiero negativo e prassi politica, pp 159-185 ). Dopo aver colto gli
antecedenti tomistici e hegeliani della riaffermazione manciniana
dellinseparabilita
di diritto e giustizia, Alfieri mostra come questo nesso conduca a due strade non
alternative ma concorrenti : dallaltro , la strada che radica esistenzialmente
la giustizia nella figura delluomo giusto. E proprio lorizzonte
dellutopia,
nota Alfieri , cio che consente di " mantenere ferma lesigenza
delleticita
evitando di oggettivarla in una qualsiasi forma della contingenza " ( p 178 ),
realizzando, ben piu autenticamente di qualunque pretesa fondazione metafisica della
verita, lapertura alla trascendenza , nella dimensione di un millenarismo che
, pur
fedele alla terra , la sospinge verso il cielo. Il discorso utopico di Mancini viene,
infine , tratteggiato sinteticamente da Galliano Crinella (Lincidenza teoretica
dellutopia , pp 187-204 ) , che riprende alcune indicazioni gia emerse nei
contributi precedenti , sottolineando come il carattere del " realismo del non
ancora " , operante nel pensiero manciniano , attenda dessere studiato a fondo,
dal momento che ad uninterpretazione rinnovata dellutopia il Maestro urbinate
ha
fornito elementicritici decisivi , a partire dai suoi studi su Bloch .
Chiude questo volume di " Hermeneutica "un suggestivo testo manciniano (Il
mio itinerario ermeneutico , pp 205-225 ) , gia pubblicato nel volume , a cura
di
F. Bianco, Beitrage zur Hermeneutik aus Italien ( Munchen 1993 , pp 63-90 ) e
tradotto , nello stesso anno, nel testo di AA. VV. , Filosofia della religione.
Indagini storiche e riflessioni critiche , a cura di M. Micheletti e A.Savignano
( Genova 1993 , pp 145-161 ) , nel quale Mancini si richiama allo sviluppo che la
riflessione sullars interpretandi ha avuto nella cultura occidentale,
sottolineando il ruolo che essa ha esercitato ai fini del riconoscimento e della
valorizzazione dellelemento individuale, come centro e punto di riferimento per la
comprensione delluomo e della sua storia .
Se interpretare significa fondamentalmente cercare di cogliere il manifestarsi
dellalterita , disporsi allascolto di cio che è diverso da noi ,
il
compito ermeneutico puo dirsi realizzato in forma paradigmatica proprio al cospetto
di quel " Totalmente altro " , in cui Mancini riconosce il carattere
distintivo del Kerygma. " Kerygma "e " prassi ", dunque,
si confermano davvero come i due codici paradigmatici attraverso i quali decifrare
il complesso e tormentato itinerario di Italo Mancini , nel riferimento al "
totalmente altro " di Barth e all "essere-per-gli-altri " di
Bonhoeffer
(gli altri che forse piu hanno influito sul corso dei pensieri dello studioso
urbinate ).
Resta ancora da compiere un ulteriore approfondimento delle tappe fondamentali
dellopera manciniana, che dovra passare anche attraverso una ricostruzione
della
morfologia e della consistenza della categorie utilizzate da Mancini alla luce degli
autori da lui studiati . Fra questi sono da annoverare non solo , dunque , i teologi
del Novecento e la filosofia neoebraica , o i classici dellantifasi teologica,
ma anche lAdorno di Dialettica negativa e lo stesso Kant , al quale Mancini
aveva dedicato piu di un decennio di studi , con i due volumi di Guida alla
Critica della ragion pura ( Urbino 1982-1988 ) e il prezioso testo su Kant
e la teologia ( Assisi 1975 ), oltre a Martin Heidegger , che fu riletto e
riaccostato piu volte da Mancini nellultima fase del suo itinerario , nel
confronto critico con la dottrina della " differenza ontologica " e
dell "ultimo dio". Sarebbe pure auspicabile un maggior chiarimento
sulla fedelta , proclamata fino allultimo da Mancini , alla stagione
ontologica
degli anni 50 e 60 e alleredita neoclassica della scuole milanese
e lovaniense.
Sembrerebbe , invece , ad unanalisi anche formale e linguistica della sue opere
principali , che lontologia , da precomprensione teoretica di base e criterio
insuperabile di verifica del senso , sarebbe stata messa sostanzialmente ai margini,
dagli anni 80 in poi , come gia rilevava Ferretti , come un momento certamente
non eliminabile , ma non piu centrale per render conto della pensabilita del
Kerygma , quasi che , nella critica della ragione religiosa manciniana,
possibilita teorica e positivita pratica si fronteggino e si reclamino
reciprocamente senza potersi congiungere . In questo senso , si potrebbe
avanzare lipotesi che Mancini, pur senza tematizzare adeguatamente questa
convinzione , abbia ritenuto di dover abbandonare via via loriginario schema
ontologico-metafisico, riferendolo ad un definito modello culturale da
contestualizzare e interpretare storicamente ( sul tema si veda un suo
interessante saggio , di solito poco citato , su La neoscolastica durante
gli anni del fascismo , in AA.VV. , Tendenze della filosofia italiana
nelleta del fascismo , a cura di O. Pompeo Faracovi , Belforte,
Livorno 1985 , pp 263-285 ) ,
consapevole del fatto che , se la metafisica aveva comunque contribuito
a rafforzare lunita divina come principio fondante , essa aveva reso
comunque difficile levento e lavvento di Dio nel tempo , compromettendo
il taglio storico del kerygma e della stessa storia della salvezza.
Soprattutto nellultima fase delle sue ricerche , Mancini era sembrato
allontanarsi da certa logica naturalistica dellessere , a vantaggio di
una nuda logica della fede , secondo unespressione di Henry Bouillad,
dove gli aspetti di indicibilita del mistero sembravano prevalere sulla
dizione teologica . Daltra parte , pero , Mancini aveva fino allultimo
rivendicato alla sua formazione ontologico-metafisica il carattere di un
imprinting spirituale e teoretico destinato a permanere , sia pure
arricchito e rielaborato in unoriginale autonomia critica , nelle stagioni
della maturita. Se il Dio dei credenti , intorno al quale egli si
è insonnemente interrogato , vuol essere la verita , pur presente
nella storia secondo diverse tradizioni ed esperienze , e dunque fondamento
di unione e convivenza nella storia , non puo esserlo , per Mancini,
che mantenendo ad ogni forma del suo rivelarsi che heideggerianamente non
puo essere che incompiuta e incoativa perché storica lessenziale
carattere di libero e consapevole appello alla ragione , formulato in molti
modi a causa del suo adeguarsi alla storicita della forme e delle
espressioni della stessa umana ragione . E, forse , in questa convinzione
la cifra permanente e mal smentita di un pensiero " inattuale
" e pur destinato al futuro , che ha cercato lessere soprattutto in
quanto dono che si rivela lungo una duplice traiettoria quello della potenza
e dello splendore e quello della debolezza e della kènosis,
dove la potenza si riveste di fragilita e lo splendore cade nel
nascondimento. Una duplice traiettoria tenuta insieme , e a fatica,
dallunica logica della gratuita assoluta .
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